Successo nell’Aula magna del Burlo per l’evento formativo dedicato alla principale causa di ipovisione e cecità dell’età pediatrica
La CVI - Cerebral Visual Impairment è la principale causa di ipovisione e cecità dell’età pediatrica nei Paesi Occidentali. È la conseguenza di un danno più o meno esteso non dell’occhio ma del cervello, in particolare della via visiva primaria (quella che porta le informazioni dall’occhio alla corteccia occipitale calcarina), di quella secondaria sottocorticale (utilizzata per i riflessi) e delle ampie aree visive associative (che permettono l’interpretazione di quello che vediamo). Questo danno cerebrale, quindi, può provocare non solo ipovisione, ma anche problemi cognitivi e motori.
Per approfondire questa patologia tenendo in considerazione i molteplici aspetti clinici che possono essere presenti ed evidenziare l'importanza di un approccio multidisciplinare, nell'aula magna dell’IRCCS materno infantile Burlo Garofolo si è tenuto il corso Cerebral Visual Impairment – La CVI dalla diagnosi alla terapia che ha registrato un'ampia partecipazione e la presenza, tra i relatori, di grandi esperti quali Andrea Martinuzzi, professore ordinario e direttore della Neuropsichiatra infantile all'Ospedale Regina Margherita di Torino.
“Le diagnosi di CVI stanno aumentando, non solo perché sta crescendo l’incidenza, ma perché stanno migliorando le tecniche diagnostiche e la consapevolezza della sua esistenza tra gli operatori sanitari. Per questo è importante che tutto il personale sia aggiornato”, spiegano le responsabili scientifiche del corso, l’oculista Paola Michieletto e la tecnica ortottista Rita Silvia Giganti.
LE CAUSE. I bambini che presentano questa patologia sono soprattutto i nati prematuri e gli altri neonati che hanno subito un’ischemia cerebrale, cioè un apporto insufficiente di ossigeno con conseguente morte di cellule cerebrali. Esistono poi le malformazioni cerebrali congenite e le infiammazioni come la meningite, i tumori, i traumi. Inoltre, sempre più malattie genetiche presentano anche CVI.
LA DIAGNOSI non è semplice. “Il comportamento del bambino ci fa spesso sospettare la malattia, ma l’esame clinico a queste età e con pazienti complessi richiede personale molto preparato per valutare l’entità del deficit visivo”, proseguono Michieletto e Giganti. “Sono necessari, anche se non sempre eseguibili, esami strumentali, anche molto sofisticati, per capire la sede e l’estensione della lesione: l’elettrofisiologia oculare, l’OCT, la valutazione del campo visivo (per la parte oculistica-ortottica), la RMN, anche con trattografia, ma anche tutti gli accertamenti delle altre specialità poiché la disabilità è spesso multipla, oltre ai test per la valutazione della funzione cognitiva. È una diagnosi difficile, è raro l’interessamento della sola vista”.
Nel bambino il sistema nervoso è plastico, cioè è capace di adattarsi ai danni subiti, utilizzando vie alternative o migliorando la funzione di quelle rimaste. Questa capacità, però, si riduce con l’età e, anche se rimane in parte anche in età adulta, normalmente si mantiene elevata solo fino a 8-10 anni. L’intervento riabilitativo, che è il principale presidio terapeutico utilizzabile, deve perciò iniziare al più presto (dopo la nascita o l’evento scatenante). “Si parte – spiegano Michieletto e Giganti – da una valutazione oculistica e ortottica per evidenziare difetti refrattivi importanti, strabismo, nistagmo, patologie corneali o del cristallino e così via per correggerle tempestivamente, dove possibile, e fornire le indicazioni agli altri specialisti e ai terapisti. Il lavoro d’equipe deve esistere a tutti i livelli, dal territorio all’ospedale, con il coinvolgimento delle famiglie e degli insegnanti”.
“Dal corso – concludono - è emersa la necessità di costruire un lavoro in team con psicologi e neuropsicologi ma, soprattutto, con i terapisti dell’età evolutiva (ortottista, fisioterapista, neuropsicomotricista, logopedista, terapista occupazionale) che, con il loro lungo e paziente lavoro, hanno già dimostrato che i trattamenti iniziati più precocemente sono quelli più efficaci per dare il più possibile un’autonomia a questi pazienti”.