Il Burlo partecipa alla campagna internazionale per sensibilizzare cittadini e personale sanitario sull'importanza di verificare la reale storia allergica di ogni paziente
L’IRCCS materno – infantile Burlo Garofolo aderisce alla campagna internazionale Penicillin Allergy Day, giornata dedicata a sensibilizzare su quanto l'etichetta ‘allergia alla penicillina’ possa essere uno stigma in grado di condizionare la qualità delle cure ricevute. L'obiettivo è informare cittadini e personale sanitario sull’importanza di verificare la reale storia allergica di ogni paziente.
La data scelta, il 28 settembre, è l'anniversario della scoperta della penicillina da parte di Alexander Fleming, avvenuta nel 1928. Partita nel 2017 dagli Stati Uniti, la campagna si è poi rapidamente diffusa anche in Europa e in Italia, dove è sostenuta dalla SIAIP – Società Italiana di Allergologia e Immunologia Pediatrica.
DIAGNOSI NON ACCURATA. Circa il 10% della popolazione crede di essere allergico alle penicilline ma, in realtà, il 90% di queste persone non lo è perché la diagnosi è stata fatta frettolosamente, senza una valutazione appropriata. Ai giorni nostri essere allergico alla penicillina significa principalmente dover evitare l’antibiotico più importante soprattutto in età pediatrica: l’amoxicillina. Il 75% dei sospetti di allergia a questo farmaco si segnala nei bambini sotto i tre anni di età.
L’amoxicillina (e, a seguire, le altre penicilline) è spesso la scelta migliore per le infezioni comuni dell'infanzia (otiti, polmoniti, faringite streptococcica): se un genitore riferisce un'allergia, il pediatra è costretto a virare su antibiotici meno specifici.
Etichettare erroneamente un bambino come allergico non è una scelta prudente o neutra, ma comporta rischi concreti: più giorni di ricovero, maggiore probabilità di eventi avversi, più infezioni post-chirurgiche e costi sanitari più alti. Circa il 95% dei bambini etichettati come allergici non lo è realmente. Le orticarie sono la causa più comune di queste diagnosi scorrette: sono frequenti durante le infezioni virali comuni dell'infanzia, a volte proprio mentre il bambino sta assumendo l'antibiotico, e quella che è solo una coincidenza temporale rischia di essere scambiata per allergia.
Tutte le eruzioni cutanee che compaiono in corso di terapia antibiotica sono la causa più frequente di errata etichetta di allergia all’amoxicillina. Spesso una corretta analisi, anche dopo gli eventi, è sufficiente a escludere con ragionevole certezza che il farmaco abbia giocato un ruolo determinante nel provocare lo sfogo cutaneo.
I TEST A DISPOSIZIONE. Se rimangono dubbi, si può programmare un test di provocazione orale (TPO): l’antibiotico è somministrato sotto controllo medico in ambulatorio, monitorando il bambino nelle due ore successive. A volte si procede con un TPO graduato, somministrando prima una frazione della dose terapeutica e, dopo un congruo periodo di osservazione, la dose totale.
I test cutanei (skin prick test e intradermoreazioni) sono indicati nella valutazione prima di un eventuale TPO, quando la reazione sospetta è più suggestiva, ad esempio se l’orticaria acuta si associa ad altri sintomi di possibile natura allergica immediata (come vomito e/o difficoltà respiratoria).
Tutta una serie di sintomi aspecifici isolati (come diarrea, mal di stomaco o cefalea) non devono indurre a sospettare un problema di allergia al farmaco e non richiedono valutazione allergologica. Al momento, infine, non è nota una base genetica per queste allergie, per cui storie familiari di allergia alla penicillina non devono indurre a non prescrivere il farmaco quando indicato né a richiedere test allergologici prima di farlo.
Non è più accettabile, quindi, etichettare un bambino come allergico all’amoxicillina senza aver verificato il sospetto in maniera congrua, con il rischio che non possa accedere a cure semplici e appropriate.