13/11/2019

Avere un protocollo da seguire per gestire le violenze sui minori è fondamentale: il Burlo ha illustrato quale sia.
“Per ogni maltrattamento fisico riconosciuto ce ne sono 75 nascosti, e per ogni abuso sessuale individuato, 30 rimangono sommersi”. Ad affermarlo è il dottor Claudio Germani, responsabile della Pediatria d’urgenza e del Pronto soccorso pediatrico dell’Irccs “Burlo Garofolo” che nel contesto della manifestazione “Diritti e storti”, organizzata per il 30° anniversario della Convenzione Internazionale sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, ha illustrato le attività messe in atto dall’Istituto per contrastare la violenza sui minori, durante un evento dedicato.
I maltrattamenti in famiglia sono molto diffusi, ma talvolta possono non emergere o non essere riconosciuti per via della difficoltà nel distinguerne i segnali in maniera inequivocabile; dunque possono durare molti anni con conseguenze a medio e lungo termine e con importanti esiti fisici, psicologici e organici. Proprio per questo motivo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) considera la violenza sui minori e sulle donne, fenomeni strettamente interconnessi, come uno dei maggiori problemi di sanità pubblica a livello internazionale. È fondamentale intraprendere un percorso dedicato per riconoscere e gestire la violenza sui minori in modo tale da tutelarli. Così sta facendo il Burlo ormai da molti anni, grazie alla presenza di un protocollo specifico che prevede un lavoro sinergico con il servizio sociale ospedaliero; infatti qualora un medico o un infermiere del pronto soccorso abbia un sospetto di violenza, deve fare una segnalazione al servizio sociale per decidere insieme se sia il caso di allertare le autorità giudiziarie; quando invece i segnali sono più netti o è presente una testimonianza del minore maltrattato, le autorità giudiziarie vanno direttamente contattate da parte del medico del pronto soccorso.
«Il lavoro del Burlo in questo ambito specifico – ha commentato a margine il Vicepresidente con delega alla Salute, Riccardo Riccardi – dimostra una volta di più quanto il concetto di salute abbia confini molto più ampi del perimetro ospedaliero e risieda in particolare sul territorio dove maturano gli anticorpi alla violenza che prendono avvio dall’inclusione. Occorre avere uno sguardo ampio e trasversale sulla persona, sui suoi percorsi di salute iniziando fin da più piccoli un processo di integrazione in una visione di prevenzione e tutela».
A questo punto, come ha spiegato la dottoressa Laura Novello, assistente sociale del Burlo Garofolo, è opportuno mettere in atto tutte le misure di protezione per il bambino. Fare rete è fondamentale, infatti il Burlo “rappresenta un ingranaggio di un meccanismo molto più vasto”. Innanzitutto, bisogna garantire una continuità assistenziale al minore, in collaborazione con i servizi dell’Azienda Sanitaria Universitaria Integrata (Asuits) e con il servizio sociale del comune di Trieste, rappresentato al convegno dal dottor Paolo Taverna.
Ulteriori misure di protezione sono garantite dal Tribunale per i Minorenni, come ha spiegato la dottoressa Angela Gianelli, giudice di Trieste.
Qualora la violenza sia rivolta verso madre e bambini, i soggetti sono indirizzati al centro antiviolenza dove vengono presi in carico da psicologi e psicoterapeuti, come la dottoressa Maria Grazia Apollonio che al convegno ha illustrato il ruolo del centro antiviolenza di Trieste.
Se i maltrattamenti subiti sono particolarmente gravi o prevedono abuso sessuale, i minori sono seguiti da gruppi di psicologia specialistica, come ha raccontato la dottoressa Mariagrazia Giachin, psicologa psicoterapeuta. Quando entrambi i genitori non risultano essere protettivi nei confronti dei propri figli, se non ci sono altre risorse familiari, i bambini vengono provvisoriamente collocati in un contesto extrafamiliare rappresentato dalle comunità di accoglienza.
Al riguardo l’assessore al Sociale del Comune di Trieste, Carlo Grilli ha affermato come sia «dovere dell’amministrazione investire sui nostri bambini e bambine. Abbiamo numeri importanti – ha aggiunto – con 1650 bambini che il Comune di Trieste aiuta e sostiene, la maggior parte all’interno delle loro famiglie in quanto è diritto dei bambini condividere il precorso con i genitori, mamma o papà o auspicabilmente con entrambi anche se questo, purtroppo, non è sempre possibile».
Al convegno in conclusione sono intervenuti i rappresentanti di numerose comunità e case famiglia che hanno fornito una testimonianza del prezioso lavoro svolto nella protezione dei minori.

 

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