di Caterina Fazion

Roberta Bottega, ricercatrice della Genetica Medica del Burlo Garofolo, racconta difficoltà, soddisfazioni e possibilità future sullo studio di questa rara malattia genetica del sangue, che predispone allo sviluppo di numerosi tumori in giovane età.

Dottoressa, cos’è l’Anemia di Fanconi?
L’Anemia di Fanconi è una malattia genetica rara: in Italia si stima nasca un bambino malato ogni 130.000. Perché si manifesti, entrambi i genitori devono essere portatori di una mutazione che, se trasferita al piccolo, determina lo sviluppo della patologia.

È una malattia del sangue caratterizzata dal mal funzionamento del midollo osseo che fatica a produrre le cellule ematiche. Il rischio più grande è quello di incorrere in aplasia midollare, ovvero impoverimento di globuli rossi, globuli bianchi e piastrine, condizione incompatibile con la vita.

Esiste una soluzione definitiva per guarire l’aspetto ematico della patologia?
Il trapianto di midollo osseo è l’unica cura definitiva per risolvere il problema legato alla scarsa produzione delle cellule del sangue. Se c’è un donatore disponibile, il trapianto viene effettuato il prima possibile per evitare il peggioramento improvviso della condizione. Purtroppo, questa soluzione non protegge dall’altro grande problema legato all’Anemia di Fanconi: la predisposizione allo sviluppo di tumori in giovane età, che si manifestano tendenzialmente entro i vent’anni.

Questo avviene a causa dell’incapacità, da parte dei soggetti affetti, di riparare danni al Dna. Si tratta di rotture casuali e fisiologiche che avvengono nella vita di tutti i giorni, causati, per esempio, dall’esposizione al sole o a sostanze chimiche. Mentre ciascuno di noi è capace di ripararle senza problemi, chi è affetto da Anemia di Fanconi non riesce a farlo e, il conseguente accumulo di danni al Dna, predispone il soggetto allo sviluppo di neoplasie. Inoltre, il trattamento con chemioterapia o radioterapia è sconsigliato perché, vista l’incapacità di riparare il Dna, il paziente subirebbe troppi danni. Per questo motivo l’unico modo utile per trattare i tumori di questi pazienti è l’approccio chirurgico.

Come avviene la diagnosi?
Tendenzialmente la malattia si manifesta alla nascita con caratteristiche fisiche che ne permettono una rapida individuazione clinica tra cui malformazioni scheletriche e tipiche macchie della pelle color caffellatte. Se invece, come può accadere, non sono presenti difetti fisici, e non si è al corrente della storia familiare del bambino, l’individuazione può essere difficoltosa fino a quando non si svilupperà aplasia midollare, caratterizzata da forte anemia, emorragie e frequenti infezioni.

Il sospetto di anemia di Fanconi può essere avvalorato da un test chiamato “Deb test”, svolto presso l’Irccs Giannina Gaslini di Genova. Consiste nel sollecitare le cellule ematiche prelevate dal paziente con diepossibutano, una sostanza a cui i cromosomi dei malati di Anemia di Fanconi rispondono sempre con numerose rotture. Ottenuta una diagnosi clinica, è fondamentale fornire una diagnosi molecolare per dare definitivamente un nome e un cognome alla malattia, per riconoscere i geni responsabili e per ricostruire la storia familiare, comprendendo anche il rischio per i successivi figli.


Qui interviene quindi la sua attività di ricerca in laboratorio
Esatto. Al Burlo, dopo anni di studio dedicati all’Anemia di Fanconi, il tasso di individuazione delle mutazioni è praticamente pari al 100%. Le analisi sul Dna dei bambini e dei genitori sono eseguite  mediante Ngs (Next Generation Sequencing – Sequenziamento di nuova generazione), e approfondite con numerose altre tecniche a seconda del tipo di mutazione.
Se si tratta di mutazioni note nella famiglia, si arriva a fornire una diagnosi molecolare certa dopo una decina di giorni; se invece le mutazioni sono nuove, le analisi richiedono anche mesi. Al Burlo arrivano da tutta Italia circa due pazienti al mese in cerca di una diagnosi, talvolta si tratta anche di adulti. Riuscire a dare delle risposte certe ai pazienti, e non semplici opinioni e supposizioni, credo sia la sfida più grande e soddisfacente del lavoro di un ricercatore.

Oltre a fornire una diagnosi, ci sono ricerche in atto per migliorare la condizione dei malati di Anemia di Fanconi?
L’altra grande parte di ricerca svolta nel laboratorio di Genetica Medica, guidato dalla professoressa Anna Savoia, consiste nella ricerca di un collegamento tra gravità della malattia e tipo di mutazioni presenti al fine di ricercare terapie ad hoc a seconda dello specifico difetto genetico del paziente.

Qual è la sfida più importante della ricerca nell’Anemia di Fanconi?
Purtroppo attualmente non esiste una cura definitiva per l’Anemia di Fanconi: anche la terapia genica sperimentata in importanti centri europei non sta funzionando, soprattutto a causa della grande numerosità di mutazioni coinvolte. Non sarà quindi possibile formulare una terapia universale. Piuttosto, si sta andando verso una terapia personalizzata e questo rende sicuramente tutto più difficoltoso.
Quello che cerchiamo di fare è fornire armi in più per attenuare la gravità di questa insidiosa malattia, sfruttando un grande vantaggio che la ricerca ci dona: la collaborazione tra vari esperti, provenienti da centri differenti, che, parlando la stessa lingua e condividendo tecniche e risultati, lavorano per il benessere dei pazienti.

Data creazione: 
21/09/2021
Data di aggiornamento: 
21/09/2021
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